Per fare questo lavoro, ci vuole PASSIONE!

“Per fare il nostro lavoro ci vuole PASSIONE!”
Quante volte avete sentito dire questa frase?
Io tante.
Troppe.

Partiamo intanto da cosa intendiamo quando parliamo di passione.
Perché di fondo il problema è come ci esprimiamo, e quante volte diciamo che ci sono PROBLEMI DI COMUNICAZIONE interna?
Ecco.
Allora partiamo con il dare un significato alla parola PASSIONE.
Abbiamo trovato utile la definizione che ne da la Treccani:

“In senso generico, e in rapporto al significato fondamentale del verbo latino pati (v. patire), il termine passione si contrappone direttamente ad azione, e indica perciò la condizione di passività da parte del soggetto, che si trova sottoposto a un’azione o impressione esterna e ne subisce l’effetto sia nel fisico sia nell’animo.”

Non avrei saputo descriverlo meglio.
Perché quando sento colleghi parlare di passione, dietro quella parola si nasconde sempre una colpa celata, una responsabilità delle parti, un motivo, o più di uno, che dovrebbe portare immediatamente a interrompere quello che si sta facendo, quasi sempre a favore della salute di chi per quella passione ha deciso di immolarsi.
E invece no.

Ore e ore di straordinario, investimento del proprio tempo fuori lavoro, delle proprie risorse, i propri mezzi, tutto a favore dell’azienda per cui si lavora, anche se non si è soci della stessa, anche se non si percepisce alcuna percentuale sull’aumento di fatturato. Niente.
Si fa per la PASSIONE.
L’aiutocuoco che si fa 10 o 12 ore al giorno durante la stagione estiva per 6 o anche 7 giorni su 7, per 1000 euro al mese?
Tutto merito della PASSIONE!
Il cameriere che continua a lavorare al sud per uno stipendio in nero o quasi, pur essendo competente ed esperto, con attestati e livelli di studio nel settore, che accetta di prendere qualche centinaio di euro in più dei suoi colleghi (ovviamente sempre in nero) perché gestisce tutto, dagli ordini ai turni, dall’apertura alla chiusura.
“Senza la PASSIONE per questo lavoro, certe cose non le fai”
Il Barman che apre il pomeriggio e chiude di notte. Di notte che il fine settimana è quasi mattina. Che prende 40 euro a nottata. A volte lavora 4 giorni a settimana, a volte 6, durante le feste si fa anche 12 giorni di fila – “Perché adesso è il momento di spingere forte!”.
Spinge forte lui.
Spinge alcool, spinge coca, spinge donne/uomini, spinge tutto.
Tutto merito della passione.

PASSIONE, PASSIONE, PASSIONE.
Più sento questa parola e più penso alla PASSIONE DI CRISTO.
E forse è normale che venga in mente lui. Uno che con la famiglia non ci stava, stava insieme a 12 apostoli, come possono essere 12, chi più chi meno, i componenti di una brigata.
C’è il Giuda e c’è il Tommaso, c’è il buon Pietro e pure la Maddalena.
E poi ci stai te, che forse la storia tutta non l’hai letta.
Cristo è morto in croce.
Forse è il caso che in croce ci mettiate la passione, e iniziate a pensare a voi come un bene da tutelare e non da sacrificare.

Essere appassionati al proprio lavoro, studiare, comprare libri, progettare i viaggi delle ferie con il proprio partner per poter visitare luoghi patria di quella cucina, o quel distillato, o dove andare a mangiare/bere dal vostro guru, è una cosa.
Passione può essere anche ardore, fuoco che va alimentato ed è sano se sapete gestirlo.

Ma se passione per il vostro lavoro deve significare “patire” a causa di esso, sappiate che non state facendo la cosa giusta.
Il contrario di patire/soffrire è gioire, rallegrarsi.

Ecco, se il vostro lavoro è motivo di gioia e felicità, potete essere certi di stare a fare la cosa giusta.
Ma se percepite un moto immotivato di negatività, di frustrazione, che si esprime nel pessimo rapporto che avete con i colleghi, i clienti o i titolari, fermatevi.

Se non potete scendere dalla barca perché quei soldi, pochi e brutti, vi sono indispensabili, è comprensibile.
Ma per favore, smettetela di giustificare le vostre scelte dicendo che quello che fate lo fate per passione.
Si chiama disperazione.

Qualcuno doveva dirvelo.

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