AL FUOCO! AL FUOCO! Allarmismi e realtà nella ristorazione post-covid19

<<< clicca qui o sull’immagine per scaricare il report POST FATA RESURGO >>>

In questa seconda, importante indagine, inizia a essere palese che  nel nostro paese le percezioni, figlie probabilmente di un’era molto social e poco sociale, ci stanno raccontando qualcosa che in parte è errato e in parte limitato.
Un giudizio imparziale a tutti gli effetti sul nostro settore, proveniente però non solo dalle istituzioni, ma anche dalle associazioni di categoria, e in ultimo ma probabilmente più importante noi stessi operatori del settore.

Sono molti anni che ormai si torna ciclicamente sul dibattito relativo al costo del lavoro, alle tipologie errate di contratti presenti (o semplicemente assenti) nel nostro ambito. Il problema maggiore che rendeva difficile l’analisi e confronto su questo tema era la mancanza di tempo di tutti noi, troppo incessantemente occupati a mandare avanti la baracca. Abbiamo avuto due mesi per poterne parlare, ma non lo abbiamo
fatto.
Il dubbio è che la prigione, fatta di regole assenti o sbagliate, siamo finiti per arredarla e quando si è presentata una possibile via di fuga non l’abbiamo colta.
Probabilmente perché molti di noi in quella gabbia aveva imparato a lavorare, vivere, persino costruire un futuro.

I dipendenti abituati a lavorare durante la stagione per poi accedere alla Naspi e lavorare d’inverno in nero.
I titolari che con nuove formule di contratto riuscivano ad ampliare i propri progetti garantendosi o un risparmio sui contributi degli apprendisti, o il pagamento di un fuori busta compensativo per ruoli di alto profilo professionale (il caso tipo del professionista proveniente da Londra o altre realtà con stipendi regolari ben più remunerativi che mai sarebbero tornati a casa a discapito perlomeno di un netto sconveniente).

Abbiamo visto aumentare l’importanza della forma rispetto alla sostanza, fatta di food blogger, influencer, ambassador e altri fenomeni correlati, proprio perché eravamo noi a distanziarci dal contenuto, dal nostro lavoro e da quello che lo compone. Non tutti, per fortuna.

Purtroppo però fa più rumore un albero che cade di una foresta che cresce e ci siamo ritrovati nel giro di due mesi a pensare che:
● la ristorazione italiana avrebbe fallito
● il nostro settore crollando avrebbe fatto fallire l’intero sistema paese
● saremmo andati incontro ad una guerra civile

Ma è andata così? Andrà veramente così? Solo in piccola parte.
Una parte composta dal 17% di dipendenti che ha perso lavoro e il 5% delle aziende che hanno fallito, secondo i dati raccolti dall’indagine, che possono essere parte di un discorso fisiologico dell’andamento già consolidato degli ultimi anni (nel 2018 il saldo negativo più corposo degli ultimi dieci anni tra il numero di società avviate (13.62), e quelle cessate (26.073): -12.444).

Cosa resta allora delle percezioni e le urla e la disperazione di questi due mesi?
Il rumore assordante di un numero certamente non sottovalutabile di realtà fallite, mentre molte altre hanno saputo trovare forza, energia, coraggio, determinazione e capacità di reinventarsi, di adattarsi, di improvvisare.
Caratteristiche che non sono mai mancate nel nostro dna di ristoratori cameriere, cuochi, barman, pizzaioli e così via.

Siamo realmente come una foresta, un ecosistema vivente che si relaziona con tutti gli aspetti della società e della produzione economica di questo paese. L’epidemia è stata come un incendio improvviso che ci ha colpiti tutti in un modo o nell’altro.
Siamo stati costretti ad attendere che l’incendio divampasse e che facesse il suo decorso, ma proprio grazie a questa pazienza siamo stati in grado di contenere i danni ed arrivare ad una riapertura in tempi tutto sommato uguali a quelli di altre nazioni che hanno dovuto affrontare il Covid19 nello stesso periodo e con la stessa potenza di contagio.

Questa estenuante pausa ci ha però consentito di osservare la realtà che stavamo costruendo e vivendo come imprenditori e come lavoratori, stimolando una profonda riflessione sulle modalità con le quali il settore produceva.

Abbiamo imparato che il rispetto delle regole e la tutela della collettività nel suo insieme, per quanto difficili da perseguire sono il più importante strumento di resilienza in nostro possesso.

Abbiamo avuto dimostrazione di quanto le politiche sociali siano fondamentali per il supporto delle iniziative individuali, la dimostrazione che la ragione teorica della cosa pubblica riassunta nell’espressione “insieme siamo più forti” ci ha reso evidente che gli interessi dei diversi attori non sono distinti: gli interessi dell’imprenditore sono intrinsecamente legati a quelli dei lavoratori e degli utilizzatori finali di un servizio.


Abbiamo pagato a caro prezzo, con mesi di inattività e ingenti perdite di fatturato, questa ritrovata consapevolezza e in questo momento abbiamo la possibilità di dare valore anche a quelle perdite, trasformando i modi di pensare e di fare impresa, trasformando l’approccio al lavoro e anche l’approccio alla fruizione dei servizi.
Dalle ceneri di questo incendio possono nascere nuove praterie e da lì nuove foreste.

Serve però mantenere consapevolezza e pazienza e in qualche modo anche avere cura, perché i nuovi modelli su cui alcuni di noi hanno lavorato in questi mesi hanno bisogno di essere protetti come dei germogli appena nati.

Se calpesteremo le buone intenzioni, avremo perso due volte.

Lascia il tuo commento