JUVENOIA: Esiste la tradizione del caffè in Italia?

Juvenoia, la nuova moda del bar?
No.

Juvenoia è un termine inglese, coniato nel 2010 dal sociologo David Finkelhor, unendo i termini “juvenile” e “paranoia”.
(Spoiler: un uomo con questa faccia ha SEMPRE ragione)

Juvenoia è un neologismo che identifica una immotivata ed irrazionale paura nei confronti di ciò che influenza i giovani d’oggi.
George Orwell inquadrò splendidamente il problema con la seguente frase: “Ogni generazione vede se stessa come “più intelligente” della generazione precedente e “più saggia” della generazione che la segue”.
L’idea che le nuove generazioni siano un accozzaglia di beoti senzadio la cui maniera di vivere, idee e progetti siano in contrasto con la “legge naturale della tradizione” e che sia necessario difendere la tradizione contro questa orda di barbari, è ben radicata nell’intelletto umano (“Onora il padre e la madre” vi ricorda qualcosa?).

“Al giorno d’oggi, spariamo una moltitudine di messaggi brevi e rapidi anziché sederci e fare buona conversazione di fronte ad un vero giornale”.

L’ha scritto un Diego Fusaro qualsiasi nel 2019?
No.
Lo scriveva il Sunday Times in un edizione del 1861, in un articolo al vetriolo in cui si scagliava contro la “deprecabile” moda dei bigliettini scambiati fra giovani coetanei.
La storia è piena di esempi (qui ne trovate alcuni) in cui una generazione si scaglia contro quella seguente, difendendo i valori della tradizione contro l’avanzata di un supposto modernismo senz’anima.

Perché parlare di Juvenoia in un blog dedicato alla cultura del servizio?
Perché in questo concetto si esprime la grande battaglia giorno dopo giorno si consuma in ogni cucina. In ogni sala ed in ogni bar.
Tradizione contro innovazione.
Lavoratori che si rifiutano di aggiornarsi perché “la tradizione è sacra” e ragazzini incapaci di riconoscere il valore dell’esperienza.
Indipendentemente dal fatto che siate “modernisti” o “tradizionalisti” la chiave consiste nel cercare di comprendere cos’è la tradizione.
La tradizione è Il complesso delle memorie, notizie e testimonianze trasmesse da una generazione all’altra. Punto.
Una volta identificato il soggetto del problema, ci risulta semplice intuire quanto “tradizione” sia un termine molto labile in quanto basta uno “scalino” generazionale per far si che ciò che era innovazione venga percepito come tradizione nel giro di una generazione o due.
E se la tradizione fosse tutta un invenzione?
Il concetto di invenzione della tradizione e quello conseguente della “tradizione inventata” sono stati introdotti per la prima volta nel 1983 in un libro curato da Terence Ranger e lo storico più influente del XX secolo, Eric Hobsbawm.
Nel saggio introduttivo del libro lo storico spiega come «…molte tradizioni che ci appaiano, o si pretendono, antiche hanno spesso un’origine piuttosto recente, e talvolta sono inventate di sana pianta»
Se non ne siete convinti basta guardare all’evoluzione della cultura del caffè in Italia.
La stragrande maggioranza degli italiani considera il caffè come un pinnacolo della cultura e tradizione gastronomica del belpaese.
Ma perché?
In Italia non si produce caffè e non se ne è mai prodotto (anche se qualcuno ultimamente sta compiendo esperimenti a riguardo).
l’Italia, oltre a non essere un produttore di caffè non è nemmeno il maggior esportatore di caffè tostato.
E no, non siamo nemmeno i maggiori consumatori di caffè pro capite.
In Italia si è iniziato a consumare caffè in modo edonistico verso la fine del 17 secolo, sotto forma di decotto così come in tutto il resto del mondo occidentale.
L’unico ruolo chiave dell’Italia nel mondo del caffè è stato quello di dare i natali ad un gruppo di ingegneri ed imprenditori che, dopo i primi tentativi nell’800 con splendidi ma approssimativi strumenti a vapore, a partire dagli inizi del ventesimo secolo hanno inventato quella che oggi conosciamo come la macchina per espresso.
Infatti la macchina espresso che ci regala la tanto amata crema in tazza è un brevetto del 1938, e solo nel 1948 appare la prima macchina a leva o pistone icona del caffè a Napoli.
Quindi, si sta sostenendo la superiorità di una “tradizione” giovane di circa 70 anni contro una cultura vecchia centinaia di anni le cui origini hanno radici nella terra natale dell’homo sapiens sapiens.

La verità è che una vera tradizione del caffè, in Italia, non esiste, al più esiste una preferenza di modalità̀ di consumo, l’espresso, il caffè italiano non esiste, o meglio, esiste solo in funzione di una narrazione spesso volta a far si che determinate dinamiche di consumo non si evolvano, al fine di mantenere lo status quo per chi il caffè lo acquista, sia esso un barista o il cliente finale.
Allora tutta la mia vita è un’astuta bugia (semi-cit.) e tutto quello che è “vecchio” è da gettare nell’immondizia?
Si e no. Il concetto di juvenoia non può e non deve nullificare il grande valore della tanto vituperata tradizione, ovvero l’esperienza.
Tutto ciò che deriva dall’esperienza di operatori istruiti e consapevoli è un lascito inestimabile per le generazioni future, le quali hanno, però, il compito di mettere costantemente in dubbio le teorie del passato alla luce degli avanzamenti tecnologici e del costante mutarsi delle modalità di consumo dettate da una clientela sempre più consapevole.
Quindi, la prossima volta che qualche tuo collega ti parla di tradizione, senza essere in grado di spiegarti per filo e per segno la scelta di determinati parametri, sentiti libero di mandarlo a quel paese.
Quale paese? Al paese di Juvenoia, ovviamente.

L’immagine di copertina è opera di Karen Eland, artista che usa il caffè per dipingere le sue opere che raffigurano…il caffè!
Qui trovate le sue opere in vendita su ETSY.

    1. Ciao Luca e grazie per aver letto l’articolo!
      Suppongo che tu ti riferisca alla macchina presentata da Moriondo nel 1884 e dei brevetti successivi.
      Senza voler entrare eccessivamente nell’ambito ingegneristico (che decisamente non è di mia competenza) diciamo che la macchina del 1884 era si, una macchina che consentiva di preparare bevande di caffè in maniera rapida e già presentava alcune delle caratteristiche proprie delle macchine successive, ma la sua tecnologia non consentiva di ottenere una bevanda equiparabile a quella che noi oggi conosciamo come “espresso”. Niente crema per intenderci.
      Inoltre, il carattere prettamente artigianale dei prototipi di moriondo non ne consentì una diffusione tale da incidere significativamente sulle modalità di consumo, cosa avvenuta solo successivamente.

Lascia il tuo commento