QUELLO CHE LE PARTITE IVA NON SANNO – di Alessandro Bartolocci


5 strafalcioni trovati nel “GRUPPO DELLE PARTITE IVA” che un ristoratore dovrebbe conoscere.

Facebook è quel luogo virtuale in cui ognuno può dire la sua, nulla di diverso dai vecchi bar di paese dove attorno a un mazzo di carte e qualche bicchiere di bianco si consumavano animate discussioni.

La differenza sostanziale sta nelle dimensioni.

Online alcune discussioni dilagano come il corona virus in Cina e si sa, a forza di leggere la stessa opinione condivisa da tanti va a finire che quella opinione diventa verità anche quando non lo è.

E siccome non abbiamo tempo, siccome è più facile credere che approfondire, siccome esiste un bias cognitivo di conferma che ci porta a cercare solo notizie che confermano le nostre credenze, certe informazioni diventano bombe da rilanciare.

Più agiscono su dolore e rabbia e più funzionano, motivo per cui spesso nei bar attorno a un mazzo di carte e qualche bicchiere di bianco si finisce a far volare sedie.

In alcuni campi il fake o semplicemente la credenza popolare diventa un vero e proprio pericolo sociale.

Nel campo della salute

In quello della scienza in generale.

E perché no? Anche nel campo dell’imprenditoria.

Eppure la rete è piena di persone che sostengono la cura per il cancro attraverso acqua e limone, di terrapiattisti incalliti e di partite iva che sparano strafalcioni che neanche al primo anno di ragioneria.

E la cosa è grave. Molto grave.

Perché spesso l’imprenditore dimentica un concetto fondamentale, quello della responsabilità sociale, convincendosi che se fa bene o se fa male è un problema che riguarda solamente lui.

E invece no.

Perché l’impresa è inserita in un macro ambiente in cui gli attori che direttamente e indirettamente subiscono conseguenze positive e negative delle azioni dell’imprenditore sono tanti.

Familiari, dipendenti, familiari dei dipendenti, fornitori ma anche le altre imprese concorrenti che non sempre da una cattiva gestione del “negozio accanto” ricevono dei vantaggi.

Chi fa impresa deve saper fare impresa, mi sembra banale.

Banale come alcuni concetti di base da conoscere, attraverso i quali non è certamente assicurato il successo ma senza dei quali la probabilità del fallimento è estremamente alta.

Mi riferisco alle elementari regole, leggi, nozioni economiche-finanziarie che volenti o nolenti influiscono di gran lunga sul bilancio aziendale, documento spesso considerato al pari di una leggenda metropolitana, tutti sanno che esiste ma nessuno lo ha mai visto.

Eppure ci sono gruppi Facebook formati da imprenditori e liberi professionisti in cui la maggior parte dei post rispecchia un’ignoranza totale proprio su questi temi.

Inesattezze, strafalcioni, soluzioni impossibili sono il pane quotidiano capace solo di creare rabbia, confusione e ancora più ignoranza.

Ecco allora che in questo articolo ho voluto elencare 5 strafalcioni trovati nel gruppo delle partite iva che un ristoratore dovrebbe conoscere.

1) Dal vostro incasso lo Stato si prende il 10% (o altre aliquote in base al settore) di iva.

Questo concetto dell’iva proprio non lo digerite e se la frase in sé non sarebbe totalmente sballata è il concetto che avete in testa a riguardo che poi vi fa fare un gran casino.

 La dimostrazione sono il post come quello sopra in cui si parla di proporre l’iva a parte…ma cosa significa, perché ora non è a parte?
Sarà il caso di chiarire una volta per tutte che l’iva è una partita di giro.

Cosa significa?

Che la sua applicazione ha un effetto diretto sul prezzo da applicare sul proprio prodotto, ha un effetto sulla capacità di spesa del cliente finale e quindi sulle vendite ma certamente non ha effetto sul conto economico aziendale.

In pratica l’iva è un’entrata che transita nel bilancio ma che è destinata ad enti terzi, in questo caso lo stato.

Ripeto: “che transita nel bilancio”.

Come tale deve essere considerata per far sì che non abbia un’influenza sul risultato economico della gestione.
Per dirla in maniera ancora più semplice quando voi vendete un piatto la percentuale di iva applicata corrisponde ad un valore che lo stato non sfila dalle vostre tasche ma da quelle del cliente che il piatto se lo mangia.

Pensare il contrario significa credere erroneamente che l’iva sia una tassa che grava sul vostro lavoro mentre in realtà è un’imposta che avete l’obbligo di addebitare al cliente per poi restituirla allo stato, facendo in pratica da tramite.

Pensare il contrario significa spesso fare i conti in modo assolutamente strampalato, andando a ragionare sul prezzo di vendita anziché sull’imponibile.

La conseguenza pratica, ad esempio (e vi assicuro che è un esempio reale) è quello di andare a calcolare il margine di contribuzione di un piatto prendendo come dati il prezzo di vendita (iva compresa) e il costo delle materie prime utilizzate (iva esclusa).

Inutile sottolineare che alla fine i conti non tornano.

2) Il totax rate è del 65/70/80 % sul fatturato.

Se a molti sembrerà banale purtroppo siamo nella situazione di dover sottolineare che le tasse si pagano sull’utile e non sul fatturato.

Sempre sul nostro amato social gira una bella immagine che riporta la frase “…quando incassate 40 Euro lo stato attraverso le tasse si prende il 68% del vostro fatturato e con ciò che resta l’imprenditore deve pagare dipendenti, fornitori, macchinari ecc…”

Se così fosse, soprattutto in un settore come quello ristorativo dove i costi sono estremamente alti, tutti chiuderebbero, tutti, non qualcuno!!!

Perché le tasse, o imposte sul reddito, si pagano sull’utile aziendale e non sul fatturato.

Saper leggere un bilancio , capire come gestire il proprio conto economico, conoscere quali costi sono per la propria attività detraibili o deducibili, tenere sotto controllo costantemente alcuni indicatori chiave di performance porterà a saper gestire la propria azienda anche da un punto di vista economico-finanziario e non solo prettamente operativo.

“Ivan (utente Facebook) di fronte al post di un ragazzo che affermava di avere una partita iva e che gli affari gli andassero piuttosto bene commenta con la domanda retorica:
– “Allora noi siamo tutti coglioni sfigati?”

(lo ammetto, non ho resistito a intervenire con un secco “SI”).”

3) In Italia è impossibile fare impresa.

Cristiano (sempre utente Facebook) sentenzia che qualsiasi attività apri in Italia sei già fallito.

L’idea di base non è che in Italia sia difficile (il che è assolutamente vero) ma che sia proprio impossibile.

Perché? È semplice.

Perché se non ce la faccio io non devi farcela neanche tu e se ce la fai è probabile che tu sia un ladro, che tu non paghi fornitori e dipendenti, che tu evada le tasse.

Se così non fosse la tesi crolla e crolla anche le mia convinzione per cui non è mica colpa mia ma di altri, il governo, le tasse o il cliente non importa ma certamente non mia.

E invece in Italia c’è chi ce la fa e anche chi ce la fa molto bene (dopo aver pagato collaboratori, fornitori e stato) anche nella ristorazione, anche nella tua città, anche….

4) Se vuoi sopravvivere devi fare tanto, ma tanto nero.

Se un tempo fare nero era piuttosto semplice oggi è diventato molto ma molto più complicato e potrebbe portarti delle problematiche secondarie non indifferenti

La prima naturalmente è quella di un controllo da parte delle autorità competenti e siccome oggi queste autorità hanno dei mezzi che ieri non avevano risulta molto semplice per loro andare a incrociare dei dati che possono metterti con il culo allo scoperto.

Nel caso in cui andrai a avere un accertamento e di conseguenza magari ricevere una multa per qualche tua infrazione è molto probabile che ciò che tu hai risparmiato attraverso qualche scontrino in meno andrà a farsi friggere.

Questa è naturalmente la conseguenza più immediata ma ce ne sono altre secondarie come ad esempio la difficoltà di andare a chiedere dei prestiti in banca avendo un utile pari a zero o magari anche sotto lo zero o l’impossibilità un giorno di andare a rivendere in modo profittevole la propria attività perché agli occhi dell’acquirente non avrà nessun valore.

Ecco perché non sempre fare troppo nero è l’idea più furba del mondo.

5) Io il POS non lo metto, mica voglio far arricchire le banche!!!

La legge di bilancio 2019, in un decreto attuativo a partire dal 1° luglio 2020, obbliga tutti i commercianti, i professionisti e gli studi associati a consentire ai propri clienti di saldare il conto con metodi di pagamento elettronici.

Di fatto tale obbligo è già presente in Italia dal 2012, ma la totale assenza di sanzioni rendeva tale obbligo difficilmente realizzabile. Ora invece le cose cambiano, in quanto il nuovo decreto legge prevede anche delle specifiche sanzioni.

Al di là dell’obbligo di legge la possibilità di pagare con bancomat o carta di credito è oggi per il cliente qualcosa di scontato e andare contro alla normalità è la strada spesso più veloce per perdere clientela.

Hai un piccolissimo guadagno oggi per avere una perdita importante domani, atteggiamento del bottegaio di provincia, atteggiamento che oggi non paga più a prescindere dal settore e dal luogo in cui si opera.

Inoltre molti non sanno o non vogliono ammettere (forse perché senza pos è più facile fare nero) che le spese bancarie possono essere messe a bilancio in modo da abbassare l’utile e pagare meno tasse.

Quella che segue è una delle ultime immagini postate in un gruppo di partite iva.

Queste sono solamente cinque dei tanti strafalcioni condivisi in luoghi dove in teoria dovrebbero esserci degli imprenditori, ossia dei professionisti capaci di tenere in piedi un’azienda.

Ma come si può lontanamente pensare di farlo senza conoscere minimamente le regole del gioco?

Ora è estremamente probabile che ti frullino per la mente una serie di scuse e alibi.

Nel mio settore è differente…

Nella mia città è differente…

Nella mia particolare situazione è differente…

Voglio allora lasciarti con una piccola provocazione.

Fino a quando in Italia esisteranno attività ristorative capaci di produrre utile dopo aver regolarmente pagato collaboratori, fornitori, tasse, imposte e contributi tutto ciò che tu pensi sarà una inutile scusa capace solo di toglierti dalla responsabilità del successo o dell’insuccesso della tua impresa.

di Alessandro Bartolocci – www.professioneristoratore.it

 

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