Non salviamo vite, ma non dovremmo nemmeno finirle.

Federica Stiffi è morta, aveva 16 anni, era allergica al latte.
Latte che con probabile certezza era presente nei shot che l’altra sera stava bevendo con i suoi amici.
Federica aveva chiesto ai barman se vi fosse traccia di latte nei liquori usati, e avvisati della sua allergia, ma, da quanto emerge dalle prime notizie sembra che questi le avessero garantito che ci fosse solo latte di cocco tra gli ingredienti.

Morire a 16 anni è un’aggravante terribile. Cercare di fare una riflessione che vada oltre il dramma non è facile ma ci proverò. Credo che sia soprattutto giusto e doveroso farla.

Perché casi simili sono già capitati e non devono capitare. Mai più.

Primo aspetto di cui pochi ancora stanno parlando e di cui non c’è minima traccia sui giornali, l’età. Già perché Federica aveva 16 anni e non si capisce per quale motivo stesse consumando e le venissero serviti shot di alcoolici, che, per chi non lo ricordasse, sono vietati da 2 anni sia nella vendita che nella somministrazione verso i minorenni.

Passiamo poi alla questione nodale, ovvero il latte. Il latte presente o meno nei drink preparati dai barman. Sui giornali non è stato scritto quali drink la ragazza avesse bevuto.
Facendo però riferimento al “latte di cocco”, le ipotesi principali sono due:
– i barman hanno usato la Batida di Coco nei loro shot. Questa infatti può essere anche versata direttamente nel bicchierino per creare dei mini drink a strati.
– oppure è stata usata del latte di cocco, perlomeno venduto come tale.

Nel primo caso la considerazione è anche troppo banale. La Batida di Coco ha una lista di ingredienti come qualsiasi liquore, e il latte, non è di certo nascosto da sigle particolari come i coloranti o nella dicitura AROMI NATURALI. Se fosse stato usato tra gli ingredienti la colpevolezza dei barman sarebbe a dir poco imperdonabile, l’ignoranza da parte loro, non giustificabile.
Nel secondo caso invece potrebbe esserci stata a tutti gli effetti una buona fede, poichè nel latte di cocco dovrebbe effettivamente esserci solo ingredienti proveniente dalla noce. Qui si apre un’altra questione riguardo i prodotti esotici, la loro etichettatura e conseguente filiera di controllo.

Che ci sia stato comunque un nesso tra quello che Federica ha bevuto e lo shock anafilattico che l’ha portata alla morte sembra certo.

Allora ci poniamo delle domande, concrete, per evitare che drammi come questi o simili possano di nuovo verificarsi.

Perché i baristi stavano somministrando alcoolici a minorenni dal momento che una legge lo vieta?
Ma soprattutto è così facile per un barista, così per qualsiasi collega che lavora nel settore, agire diversamente da come gli viene chiesto di fare dal titolare?
Ora è facile puntare il dito a chi ha versato quei drink, e di sicuro, la colpa è in buona parte loro se hanno servito alla ragazza qualcosa che non doveva bere.
Ma quante volte capita a tanti di noi, non solo di DOVER servire alcoolici anche ai minorenni, ma anche di lavorare in condizioni di lavoro poco sicure, con prodotti non conservati a norma, pesce congelato e scongelato non attraverso il processo stabilito da scienza, HA.C.C.P. e Asl?
Quante volte ci capita o ci è capitato di dover scegliere se continuare a lavorare in condizioni che non ritenevamo idonee o dover cambiare lavoro?
Quali erano in quei momenti le istituzioni capaci di tutelarci?

Tutto questo partendo dal presupposto che il nostro titolare o chi fa le sue veci sappia cosa sia a norma e cosa non lo sia, e che quando impone scelte e condizioni lo faccia consapevolmente.
Ma è veramente così? Oppure molto spesso ristoranti, bar, cocktail bar, vengono avviati da persone spesso meno competenti dei propri dipendenti, che si sorprendono nell’apprendere che non si possono lavorare determinati alimenti senza un laboratorio, che non si può cucinare se non si ha una cucina, l’inquinamento acustico, i motori dei frigoriferi attaccati alle gambe, le pause, i crudi di mare rimessi in congelatore dopo averli scongelati in acqua…

Tempo fa pubblicammo questa vignetta.
L’intento nostro non è sempre solo far ridere, ma anche riflettere.
Un nutrizionista per somministrare un dieta alimentare deve conseguire una laurea.
Ad un cuoco (inteso come colui o colei che cucina in un ristorante, al di la di ruoli e stipendio) basta avere fatto il corso H.A.C.C.P. (quello da 8 ore) e di fatto si possono mettere mani su padelle, fuochi, forni e abbattitori fino al piatto finito che uscirà dal pass.
Per le nostre mani passano responsabilità che non possono essere certificate da un foglio preso anche online o come in alcuni regioni, semplicemente prenotando il corso (però nel frattempo puoi iniziare a lavorare, anche se il corso lo fai a distanza di mesi).

Il sapere stesso però non dovrebbe bastare.
Perché il sapere lo trasmette il nutrizionista quando prescrive una dieta.
Noi oltre il sapere diamo al corpo dei nostri clienti cibi e liquidi da noi elaborati.
Il cibo, come le bevande, possono essere farmaco o veleno.
Come dei medici forse dovremmo pensare ad avere anche un codice etico, oltre che un’adeguata preparazione.
Ci renderebbe più responsabili di quel che facciamo, ci permetterebbe di dare il giusto valore alle nostre azioni e ai nostri sbagli.
Anche solo per chiedere scusa.

Oggi intanto lo facciamo noi.

Ai genitori, amici, compagni di scuola, di beach volley, parenti tutti e ovviamente a lei, Federica, facciamo le nostre scuse.

  1. Vorrei ricordare che hanno abolito il libretto sanitario e che io sappia non sono previste analosi precise o certificati di sana e robusta costituzione ( forse negli stellati)….

  2. Sono molto d’accordo con te, credo che questi errori fatali siano dovuti alla mancanza di professionalità e all’ignoranza sul problema allergia che troppe volte viene sottovalutato. Io e mia moglie ci abbiamo combattuto per venti anni con allergie a latte, uovo e acari e qualcosa ne sappiamo…

  3. Sono il papà di Federica non oso scrivere nulla su siti nonostante la notiZia sia ben nota, perché vogliamo soffrire e piangere fede nel silenzio ma mi trovate d’accordo su tutto e spero tanto che sia da monito a chi fa questo mestiere. In passato portando fede nei bar e ristoranti abbiamo sempre avuto il terrore; ma fino a che e’ stata sotto le nostre ali protettrici la scrupolisita’ di chiedere ai cuochi , ai camerieri e a chiunque si occupasse di preparare qualcosa per fede non era mai troppa. E nonostante tale scrupolosità non so quante volte siamo corsi in ospedale. Grazie e spero in futuro che la sensibilità aumenti per tutti anche per noi genitori e dei ragazzi stessi afflitti da questa vera e propria malattia.

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