PUOI CHIAMARMI ISMAELE – di Roberto V. Minasi

Si presenta così, mi porge il polso anziché la mano avvolta nel guanto in lattice che indossa per manovrare la lavastoviglie. Si chiama Ismaele, e nessun altro nome potrebbe dirsi più adeguato[1].

Lui è uno dei vari ragazzi che fanno i lavapiatti che ho conosciuto, qualche anno fa. Uno come tanti dei “cervelli in fuga” che può capitare di incontrare, ma quelli che conoscevo io erano approdati a Londra per imparare l’inglese facendo i “dish-washer” a 18 anni, lui di anni ne aveva 32 e arrivava dall’Afghanistan, alla ricerca di una vita migliore.

Si chiama Ismaele e, ogni tanto, tra una pausa alla plonge e l’altra, ci scambiamo qualche battuta; sul cuoco, sul clima, sui colleghi che non sbarazzano i piatti prima di passarglieli, su quella biondona al tavolo sei che si vede bene dalla sua postazione. Un ragazzone dalle spalle larghe e la pelle bruna, le mani segnate dall’acqua bollente cozzavano con gli occhi del colore di un caffè in grado di svegliare l’anima. Non conosceva benissimo l’italiano, aveva iniziato a storpiarmi il nome in “Rabbi”, a metà stagione ero “Rabbi Jan” [2]. Per me, ancora, un doppio onore.

Ismaele non parlava molto con gli altri perché, che ironia, non tutti avevano la voglia di ascoltarlo o di aiutarlo quando fosse necessario. Ma lui, per quei pochi mesi, c’è sempre stato per tutti, anche per quel cuoco che gli sbraitava spesso contro, anche dopo 10 o 12 ore di lavoro pagate 30 euro. Non ha mai negato un sorriso, un “Grazzii” quando gli portavamo il thè, una sigaretta quando gli altri avevano “l’ultima proprio”, lui c’era. Punto.

Non so quale strana alchimia si fosse instaurata tra me e lui, quella stretta di polso mi diede come una scossa e i suoi occhi mi indagarono a fondo, qualcosa ci accomunava. O forse l’ho solo immaginato e gli sono andato a genio più degli altri. Chi lo sa.

Non ha mai raccontato come fosse arrivato in Italia, ne ha mai detto chiaramente il perché. So solo che ha abbozzato ogni volta una storia un po’ diversa e non credo sarà mai possibile scoprire dove stia la verità. Lui preferiva raccontare del suo paese, delle cose che ha lasciato: <<Vicino casa mia c’era un grande giardino, e in questo periodo puoi vedere tanti fiori di tanti colori. C’erano alberi di melograno e di fico, e facevano i frutti più buoni di tutta Kabul>> altre volte parlava della famiglia che lo aveva raggiunto da poco <<ho portato mia moglie perché era incinta e qui è meglio, e ho chiamato mia figlia Aisha [3], come la canzone>> aggiungeva ridendo, amava Venditti. E poi, non era ancora il peggior periodo per essere musulmani.

Spesso, quando era dubbioso per qualcosa mi chiedeva aiuto perché lo aiutassi a capire <<Rabbi Jan>> diceva <<cosa devo fare per prendere patente?>> altre volte <<dove devo andare per questo documento?>> una volta sola <<Rabbi Jan, sto molto male, puoi portarmi in ospedale?>> non gli dissi mai quanto mi ha preoccupato la sofferenza nella sua voce, rimasi con lui tutta la notte in pronto soccorso. Quando lo dimisero piegò i fogli della diagnosi e della prescrizione (una settimana di riposo). Il giorno dopo era di nuovo lì, di venerdì [4], per altre dodici ore <<Servono per le cose di scuola di Aisha>> disse al capo che gli porgeva la paga <<grazzi>>.

Qualche volta mi ha chiesto cosa avrei voluto fare nel mio futuro, non sempre ho saputo rispondere, preso com’ero dalle mie preoccupazioni ormai insignificanti e vuote a ripensarci. Quando gli raccontai dei miei progetti lui mi disse solo <<Inshallah Rabbi Jan, Inshallah>> [5] spero che la sua preghiera per me venga esaudita un giorno.

L’ultimo giorno di lavoro insieme fu particolarmente frenetico ma sapevamo che dal giorno dopo tutto il personale sarebbe tornato alla propria vita invernale; qualcuno della brigata di sala nei vari locali del centro altri a cercare fortuna all’estero, il cuoco al ristorante del nord dal quale veniva, la cassiera sarebbe tornata a fare la babysitter, io a dividermi tra testi universitari e qualche extra, Ismaele sarebbe andato per cantieri a cercare un posto da muratore. Alla fine della serata brindarono tutti, lui però accettò solo una coca cola <<non mi è permesso di bere>> disse, nessuno insistette. Tutti avevano imparato a rispettare il credo e le abitudini di quell’uomo venuto da tanto lontano. Ma lui mi ha insegnato qualcosa in più, mi ha insegnato a rispettarne il lavoro e l’operato, un qualcosa che secondo Locke [6] è estensione della persona stessa. Non rividi mai più Ismaele, ma continuo a rivedere i suoi occhi in quelli di ogni lavapiatti che ho incontrato; straniero o italiano, uomo o donna, giovane o meno. Tutti con quegli occhi capaci di risvegliare l’anima.

<<Inshallah, Isma’il Jan, ci rivedremo>>

Dedicato a tutti gli Ismaele che, silenziosi, lavorano con noi.
A tutti gli Isamele che non mancano mai di farci fare un sorriso al pass, di metterci da parte un piatto di spaghetti chiedendo in cambio un sorriso (e magari un caffè); dedicato a tutti gli Ismaele che ho conosciuto negli occhi di Ugo, Francesco, Dottore, Valentina, Giovanna, Pancrazio, Nuwan, Suni, Marco e tanti altri. Un grazie di cuore ragazzi!

N.B.: nella foto Alì Sonko, il lavapiatti gambiano del Noma, che l’anno scorso alla riapertura del noto ristorante stellato danese è stato promosso dal ruolo di semplice aiutante di cucina a quello di socio a tutti gli effetti.

[1] Ismaele: Deriva dall’ebraico e significa “Dio Ascolta” o “Dio ti ha ascoltato”. Nella Bibbia è stato il primogenito (illeggittimo) di Abramo. Secondo l’Islam, la stirpe di Maometto risale proprio a Ismaele
[2] Il nome Roberto veniva storpiato in Rabbi, che in ebraico significa Maestro. Jan, in Afghano, significa “caro”
[3] Aisha è, per i musulmani, il nome della più importante moglie di Maometto. Ma è anche il titolo di una canzone di Cheb Khaled citata in “Che fantastica storia la vita” di Antonello Venditti
[4] Il venerdì è la giornata santa dei musulmani, come la domenica per i cattolici o il sabato per gli ebrei
[5] Inshallah: “Se Dio Vuole”
[6] John Locke: (1632 – 1704) filosofo e medico britannico

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